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(AGI) - Roma, 1 lug. 2015 - "Il Ministro Lorenzin ha firmato il decreto di aggiornamento delle linee guida della Legge 40/2004, che regola la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), un provvedimento molto atteso dagli operatori del settore e dalle coppie che accedono a queste tecniche, e che entrera' in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale". E' quanto annuncia il Ministero della Salute con una nota ufficiale.
Il nuovo testo, che aggiorna le linee guida del 2008, e' stato rivisto in rapporto all'evoluzione tecnico-scientifica del settore e all'evoluzione normativa.
In particolare ai decreti legislativi 191/2007 e 16/2010 e all'Accordo Stato Regioni del 15 marzo 2012 (che applica alla PMA le normative europee su qualita' e sicurezza di cellule umane), e alle sentenze della Corte Costituzionale n.151/2009, e n.162/2014 le quali hanno eliminato, rispettivamente, il numero massimo di tre embrioni da creare e trasferire in un unico e contemporaneo impianto, e il divieto di fecondazione eterologa.

Numerose le variazioni introdotte rispetto alle linee guida attualmente in vigore. Fra le principali l'accesso alle tecniche di fecondazione eterologa, la raccomandazione di un'attenta valutazione clinica del rapporto rischi-benefici nell'accesso ai trattamenti, con particolare riferimento alle complicanze ostetriche, alle potenziali ricadute neonatologiche e ai potenziali rischi per la salute della donna e del neonato nonche' l'accesso generale a coppie sierodiscordanti, cioe' in cui uno dei due partner e' portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili per infezioni da HIV, HBV o HCV (nella versione precedente era previsto solo per l'uomo portatore, in quella attuale si consente anche alla donna portatrice). In cartella clinica le procedure di PMA dovranno essere descritte con maggior dettaglio di quanto non lo siano state in precedenza, considerato che gli operatori possono avviare percorsi piu' differenziati di quanto fatto prima delle sentenze. In particolare andranno anche riportate le motivazioni in base alle quali si determina il numero di embrioni strettamente necessario da generare, ed eventualmente quelle relative agli embrioni non trasferiti da crioconservare temporaneamente.

Riguardo la fecondazione eterologa, nelle linee guida vengono fornite le indicazioni per la coppia che accede ai trattamenti di fecondazione assistita, mentre tutto cio' che riguarda i donatori di gameti sara' contenuto nel testo di un nuovo Regolamento, gia' approvato dal Consiglio Superiore di Sanita', che sta proseguendo il suo iter per il recepimento delle direttive europee di riferimento. Nel nuovo testo delle linee guida si danno indicazioni cliniche per l'accesso alle tecniche di PMA di tipo eterologo, prevedendo anche la cosiddetta "doppia eterologa" - quando entrambi i componenti della coppia possano ricevere gameti donati - nonche' alla possibilita' di "egg sharing" e "sperm sharing", cioe' che uno dei due componenti della coppia ricevente possa a sua volta essere anche donatore di gameti per altre coppie che accedono alla PMA eterologa. Per escludere illegittime selezioni eugenetiche, alle coppie che accedono all'eterologa non e' consentito scegliere particolari caratteristiche fenotipiche del donatore.

Per evitare sovrapposizioni fra i diversi provvedimenti che regolano la PMA, nelle nuove linee guida, nella parte relativa all' "Attivita' di consulenza e sostegno rivolta alla coppia", e' stato stralciato l'elenco degli elementi utili a maturare un'accettazione consapevole della tecnica proposta, visto che tali elementi sono contenuti nelle disposizioni per il consenso informato, che saranno oggetto di un apposto decreto interministeriale dei Ministeri della Salute e della Giustizia, su cui si sta gia' lavorando, e che contiamo di emanare a breve. "Dopo l'istituzione del Registro nazionale dei donatori, questo e' il secondo importante passo per l'aggiornamento dell'intero quadro normativo che regola la PMA in Italia - commenta il Ministro Lorenzin - aggiornamento che sara' completato nelle prossime settimane con i decreti sul consenso informato e sui cosiddetti "embrioni abbandonati", e con il perfezionamento del recepimento delle normative europee sulla donazione dei gameti. E' stato un lavoro corposo e impegnativo, portato avanti anche grazie al contributo di maggior esperti italiani di settore convocati ai tavoli di lavoro gia' da luglio dello scorso anno. Questa serie di provvedimenti, insieme all'aggiornamento dei LEA (che includeranno anche i trattamenti di PMA) contribuira' a conferire certezza al quadro normativo ed a migliorare accesso e qualita' dei percorsi in questo ambito cosi' delicato del SSN". (AGI) .
Alcune settimane fa abbiamo dato conto dell'ennesimo colpo che la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, ha ricevuto dalla Corte Costituzionale. Oggi 25 giugno, una delle coppie protagoniste assieme all'associazione Luca Coscioni dell'impegnativo ricorso giurisdizionale, ha effettuato la diagnosi preimpianto presso l'ospedale Sant'Anna di Roma. Si tratta in qualche modo di un fatto storico, dato che è la prima volta che ciò accade da quando il divieto di tale trattamento su coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche.
Alla coppia è stato sufficiente presentare il certificato che attestava la gravidanza a rischio ai sensi dell'articolo 6 della legge 194.
I tre avvocati che hanno seguito il caso hanno rilasciato una dichiarazione congiunta oggi pomeriggio, a commento della vicenda di Maria Cristina e Armando, la coppia che ha potuto finalmente usufruire della necessaria assistenza fin qui negata.
Filomena Gallo (segretaria dell'associazione Luca Coscioni) assieme ai colleghi Gianni Baldini e Angelo Calandrini (legali dei ricorrenti) hanno espresso certezza circa il fatto che al momento non sussista alcun vuoto normativo.

La sentenza
Ovvero, la sentenza della Consulta ha di fatto liberato questa fattispecie di coppie da un divieto che le escludeva da qualunque ipotesi di procreazione assistita.
Ora, dopo undici anni di battaglia, è possibile consentire l'aumento delle nascite e la fine di un incubo per coppie spesso devastate da aborti spontanei generati proprio da quelle patologie genetiche che la legge 40 riteneva irrilevanti.
Gli avvocati, infine, considerano questa come un'affermazione delle libertà individuali sancite nella Costituzione.
Anche la coppia protagonista della vicenda (battutasi assieme a un'altra nella medesima condizione) ha manifestato la propria soddisfazione, osservando tuttavia come sia assurdo che nel XXI secolo si siano trovati costretti a una dura e lunga battaglia per un diritto che, in un paese moderno, dovrebbe essere garantito.
Si conclude definitivamente nei fatti, dopo l'affermazione alla Consulta, una delle battaglie più estenuanti che rappresenta l'ennesimo pezzo che viene abbattuto della legge 40. Il lavoro per l'associazione Luca Coscioni, in questo come in altri ambiti, è comunque lungi dall'essere concluso.
La libertà di ricerca scientifica, la laicità e l'autodeterminazione dell'individuo in Italia sono infatti mete lontane ma, anche grazie a Maria Cristina e Armando, un pochino più vicine.
Potrebbe essere uno degli ultimi divieti imposti dalla Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (pma) a 'cadere' sotto la scure dei giudici: è quello che impedisce di donare per l'impiego nella Ricerca scientifica gli embrioni crioconservati e abbandonati.
Entro giugno è infatti attesa la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo, che si pronuncerà su questo caposaldo della legge sulla base del ricorso presentato nel 2012 da Adele Perillo, una delle 'vedove di Nassiriya'. ''Adele ed il suo compagno, il regista Stefano Rolla morto nella strage di Nassiriya nel 2003 - sottolinea l'avvocato e segretario dell'Associazione Coscioni, Filomena Gallo - prima dell'entrata in vigore della legge 40 nel 2004, avevano deciso di effettuare la fecondazione assistita ed erano stati prodotti degli embrioni poi crioconservati.
Dopo la morte del compagno, Adele Perrillo ha però rinunciato al progetto, chiedendo successivamente di donare gli embrioni alla Ricerca, opzione vietata però dalla legge 40. Per questo, ha presentato ricorso alla Corte di Strasburgo contro tale divieto''. L'udienza si è svolta lo scorso giugno ed ora è attesa a breve la decisione della Corte.
Contemporaneamente, precisa Gallo, ''era stato sollevato il dubbio di legittimità costituzionale per tale divieto anche dinanzi alla Consulta, ma si è poi chiesto il rinvio dell'udienza in attesa della pronuncia della Corte di Strasburgo''.
Insomma, uno degli ultimi 'punti caldi' della Legge potrebbe essere scardinato: ''L'utilizzo ai fini della Ricerca degli embrioni abbandonati sarebbe importantissimo dal punto di vista scientifico - sottolinea Gallo - mentre oggi questo settore di ricerca è in difficoltà dal momento che le staminali embrionali possono solo essere importate dall'estero''.
Ma, oltre al caso Perrillo, gli embrioni sovrannumerari dichiarati in stato di 'abbandono' nei vari centri di pma italiani sono circa 3.000: se cadesse il divieto, si prospetterebbe dunque anche per questi embrioni la possibilità di impiego per la Ricerca.
L'attesa sentenza va quindi a colpire uno degli ultimi punti controversi della normativa italiana: in questi anni sono stati infatti già eliminati il divieto di produzione di più di tre embrioni e crioconservazione, l'obbligo contemporaneo di impianto di tutti gli embrioni prodotti, il divieto di fecondazione eterologa e di accesso alla diagnosi pre-impianto per le coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche. La legge ''è stata di fatto 'smontata' pezzo per pezzo dai giudici - sottolinea Gallo - e dopo la pronuncia di Strasburgo su questo punto, sarà fissata l'udienza alla Consulta''. Si tratta, rileva, di una ''battaglia per la giustizia e i diritti''.
Così come lo sarebbe quella contro un ultimo aspetto della Legge 40: il divieto di accesso alla fecondazione assistita per i single e le coppie omossesuali. Al momento ''non ci sono procedimenti in corso su questo punto, e manca una normativa generale di riferimento - afferma Gallo - ma non escludiamo che dei ricorsi possano essere presentati a breve, per denunciare - conclude - il mancato riconoscimento di diritti fondamentali sulla base del principio di uguaglianza di tutti i cittadini''. (Manuela Correra, per agenzia Ansa)
”Una grandissima vittoria, desiderata, ma molto, molto sofferta. Ora potremo avere un figlio sano”. Valentina, 30 anni, è emozionatissima: ha appena saputo della sentenza della Consulta che ha bocciato il divieto di accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita per le coppie fertili portatrici di patologie genetiche, dichiarando l’illegittimità di questa norma della legge 40 e del divieto di accedere alla diagnosi pre-impianto. Per Valentina – che con il marito e insieme ad un’altra coppia ha promosso il ricorso che ha portato alla pronuncia di oggi della Corte Costituzionale – comincia ora una vita ”nuova”.

”In questo momento – afferma raggiunta telefonicamente subito dopo la diffusione della notizia – sono troppo, troppo, troppo contenta e non riesco neanche a parlare. L’ho appena saputo, sono ancora al lavoro e sono sopraffatta dalle emozioni, Naturalmente, aspettiamo di conoscere le motivazioni della Comsulta, ma siamo felicissimi”. Quindi, il pensiero va al lungo percorso che ha vissuto insieme al marito 36enne ‘alla ricerca’ di un figlio sano: ”La nostra storia – racconta – è stata lunga e sofferta. Io sono portatrice di una patologia genetica trasmissibile al 50%. Io e mio marito abbiamo provato tante volte ad avere un figlio, ma non siamo mai riusciti a realizzare il nostro desiderio. Abbiamo provato a diventare genitori per via naturale. Purtroppo, però, ho avuto ben 5 aborti: uno volontario, dopo aver scoperto di aver trasmesso la malattia al bambino, e altri 4 spontanei”. A quel punto, afferma, ”avevamo pensato di andare all’estero, ma poi abbiamo deciso di combattere qui perche questo è il nostro Paese.

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Accolto il ricorso di una donna padovana: annullata la delibera regionale che fissa a 43 anni l'età massima per potersi sottoporre alla fecondazione eterologa nelle strutture pubbliche

PADOVA. Niente limite di età a 43 anni per poter diventare mamma in Veneto con la fecondazione eterologa.
Nell'attesa che la Consulta si esprima, probabilmente la prossima settimana, sul divieto di accedere alla fecondazione assistita per le coppie con malattie genetiche (ultimo caposaldo della legge 40), è un provvedimento amministrativo questa volta a riaccendere i riflettori sul tema della fecondazione assistita che continua a fare notizia con ricorsi e sentenze.

Il Tar del Veneto ha annullato la delibera regionale sul limite di età a 43 anni per poter utilizzare la fecondazione assistita eterologa nelle strutture pubbliche, a differenza dell'omologa a cui si può accedere con una età superiore e "potenzialmente fertile".

Una coppia veneta sterile in attesa di poter accedere alla eterologa aveva ricevuto un no all'accesso alla tecnica perchè la Regione aveva stabilito con delibera un limite di età. La donna, Maria Elena Crispino di Padova, ha da poco compiuto i 43 anni, si è rivolta all'Associazione Luca Coscioni.
Filomena Gallo con Nicolò Paoletti e Claudia Sartori (dello studio legale Emanuele Scieri) hanno presentato ricorso contro la delibera per "eccesso di potere per contraddittorietà, illogicità ed errata valutazione dei presupposti di fatto e di diritto". E i giudici amministrativi hanno deciso annullando la delibera. Il limite di età è una violazione dei principi costituzionali di uguaglianza, "nonché diritto alla genitorialità e alla salute".

"E' stata la politica che nella conferenza delle Regioni, nel dare un indirizzo per l'eterologa, ha introdotto il limite immotivato dei 43 anni per per la donna", ha spiegato l'avvocato Filomena Gallo. Il limite di età era stato introdotto anche dal Piemonte, Emilia Romagna e Toscana, auspicando ora una rimozione della norma anche nelle altre regioni. "Ci auguriamo che anche nelle altre Regioni questo limite sia rimosso perché contraddittorio: da un lato si fa finta di favorire l'applicazione dell'eterologa e dall'altro si introducono nuovi limiti non previsti dalla legge 40 che parla di età potenzialmente fertile. È arrivato il momento in cui la classe politica, che sta dimostrando quanto sia inadeguata su questi temi, decida di affermare libertà che corrispondono a diritti invece di introdurre deterrenti illegittimi che ci costringono a ritornare nei tribunali per affermare diritti".

Il governatore del Veneto Luca Zaia spiega che in realtà c'è stata anche un'altra sentenza che ha respinto il ricorso presentato dall'Associazione Giuristi per la Vita, dall'Associazione Pro Vita Onlus e da Futuro Popolare per l'annullamento della delibera nel suo complesso, sostenendo la correttezza di quanto in essa contenuto rispetto a sei asseriti vizi.

"Siamo di fronte", dice Zaia, "a due sentenze che vanno in realtà nella stessa direzione: la libertà. Non si deve parlare di vittoria o sconfitta, ma di passi in un cammino complesso. La nostra delibera", ricorda Zaia, "non faceva altro che recepire i contenuti del documento specifico di linee guida approvato dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province Autonome e basato su considerazioni che facevano una buona sintesi delle diverse sensibilità in campo. Quanto al limite di età a 43 anni, non abbiamo alcun problema a ridiscuterlo anche perché, è bene ricordarlo, la Regione Veneto è l'unica in Italia ad aver alzato a 50 anni il limite di età per la fecondazione omologa".
A poco più di due mesi dalla sentenza con la quale il Tribunale di Bologna aveva autorizzato una vedova ferrarese 50enne a farsi impiantare gli embrioni concepiti in laboratorio e poi congelati 19 anni fa con il marito poi morto prematuramente, arriva un altro verdetto a confermare che le decine di migliaia di embrioni conservati sotto azoto negli oltre 300 centri pubblici e privati italiani per la fecondazione artificiale sono vite umane che le coppie considerano come figli propri, e dunque non ammassi cellulari che possono essere scartati o sezionati a scopo di ricerca.
Una sentenza del tribunale di Reggio Emilia ha autorizzato una donna di 35 anni a farsi impiantare un embrione concepito in vitro e poi congelato prima che il compagno morisse a 48 anni per un tumore ai polmoni. «Nell’ipotesi di embrioni crioconservati – si legge nella sentenza – ottenuti con consenso di entrambi i componenti della coppia, di cui uno successivamente sia deceduto» la legge 40 sulla fecondazione artificiale non mette alcun «limite alla esplicazione del diritto della donna ad ottenere il trasferimento degli embrioni». Infatti se è vero che all’articolo 5 la legge indica come requisiti soggettivi il fatto che ad «accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita» siano «coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi», al comma 3 dell’articolo 6 (Consenso informato) si parla della «volontà di entrambi i soggetti di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita», e dunque di concepire con i rispettivi gameti, e di una sua possibile revoca «fino al momento della fecondazione dell’ovulo». Quindi la volontà esplicita di entrambi i membri della coppia è prevista per il concepimento e si presume estesa all’impianto nel grembo materno anche se l’uomo dovesse morire.
Il provvedimento del tribunale reggiano è stato emanato con procedura d’urgenza in soli due mesi, tenendo conto della situazione particolare, del fatto che il fattore tempo per la donna gioca a sfavore delle chance di ottenere una gravidanza e che questa vada a buon fine. Resta l’elemento discutibile della maternità avviata (e non già iniziata, come accade per un lutto improvviso durante la gravidanza) per un figlio che certamente nascerà orfano del padre.
I due si erano conosciuti nel 2002: «Abbiamo cercato dopo poco un figlio – testimonia l’aspirante mamma al "Resto del Carlino" – ma non arrivava. Così nel 2010 ci siamo rivolti all’équipe dell’ospedale del Santa Maria Nuova di Reggio Emilia e abbiamo iniziato l’iter della procreazione assistita. Nell’inverno dello scorso anno ci comunicarono che lui aveva il cancro ai polmoni, purtroppo in fase terminale. È morto in estate. Subito dopo ho chiesto ingenuamente di poter iniziare subito l’iter, ma mi è stato detto che era necessario il consenso di entrambi i genitori. Sono stati i medici stessi a consigliarmi di rivolgermi a un legale». La donna ha molto apprezzato che «il giudice abbia valutato il lato umano della vicenda». Nel caso di Bologna la donna invece, pur vittoriosa in giudizio, s’era detta in forte dubbio sull’opportunità di avviare una gravidanza a 50 anni sapendo che avrebbe dovuto crescere il figlio senza il proprio marito.
Articolo pubblicato il: 14/04/2015

Si è tenuta questa mattina alla Corte costituzionale l'udienza pubblica relativa a uno degli ultimi 'paletti' rimasti della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: il divieto di accesso alle tecniche di fecondazione artificiale alle coppie fertili, ma portatrici di malattie genetiche. L'udienza in particolare ha visto oggi l'Associazione Coscioni, con gli avvocati Filomena Gallo e Gianni Baldini, e altre associazioni di pazienti di fronte alla Consulta a difesa di "due coppie portatrici di gravi patologie ereditarie che danno luogo a malformazioni incompatibili con la vita", ha spiegato Gallo.

"In Italia - prosegue Gallo - chi è infertile può fare la diagnosi preimpianto, chi è fertile no. C'è dunque una chiara disparità di trattamento in base alla gravità della patologia. Questo divieto inoltre esiste solo nel nostro Paese e la Corte Edu ci ha già condannati. Oggi c'è grande attesa da parte di migliaia di coppie‎ che attualmente sono escluse da uno strumento di diagnostica importante. La tensione è tanta". "La Corte di Strasburgo - aggiunge Baldini - ha già condannato l'Italia per l'incoerenza di un sistema che vieta la diagnosi preimpianto alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche, ma consente poi l'aborto terapeutico. L'avvocatura dello Stato, comunque, oggi non si è costituita in giudizio, per la prima volta da quando questa legge è stata discussa alla Consulta", fa notare l'avvocato Gianni Baldini, "e dunque ci domandiamo: chi tace acconsente?". La sentenza è attesa fra stasera e giovedì.

Toccanti le storie delle giovani e affiatate coppie che vedono i loro casi discussi oggi alla Consulta: i quattro 'coraggiosi' si dicono fieri di poter combattere anche per le altre numerossissime coppie italiane con lo stesso problema, e si stringono in continui abbracci prima, durante e dopo l'udienza. Nella prima coppia, M. e V., la moglie è portatrice di una traslocazione cromosomica trasmissibile molto grave: dopo una prima gravidanza con aborto spontaneo, avviene una seconda gravidanza, ma al quinto mese viene effettuata una villocentesi che evidenzia gravi problemi, per cui la coppia deve ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza. Esperienza che segna molto i due giovani, che si erano rivolti all'ospedale Sandro Pertini di Roma e che durante la fase principale dell'aborto subiscono anche il rifiuto di soccorso dei sanitari che si appellano all'obiezione di coscienza. La coppia successivamente chiede di poter procedere con accesso alla fecondazione assistita per poter conoscere lo stato di salute dell'embrione prima del trasferimento in utero ed evitare possibili aborti. Al rifiuto da parte del centro Pma S. Anna di Roma, i coniugi si sono rivolti al tribunale di Roma, che ha rimesso alla Consulta la questione di legittimità costituzionale.

Nella seconda coppia, P. e C., la donna è portatrice sana di distrofia muscolare di Becker, malattia genetica ereditata dal padre e che potrebbe trasmettere al figlio con il 50% di chance. La coppia ha vissuto 4 gravidanze, purtroppo interrotte da aborti spontanei, e una quinta in cui ha deciso di ricorrere ad aborto terapeutico perché il feto è risultato, a seguito di villocentesi, affetto dalla grave patologia. Al rifiuto di ritentare con una gravidanza, ma con diagnosi preimpianto sempre presso il S. Anna, anche P. e C. hanno deciso di rivolgersi al tribunale di Roma, che ha, con una ordinanza simile a quella della prima coppia, rimandato la questione alla Consulta.
Decisione rinviata forse al 27 aprile. La delusione delle coppie fertili, ma portatrici di gravi patologie, escluse dalla Pma: "Ancora un rinvio dopo tre anni di attesa, ogni giorno la speranza di un figlio sano si allontana" di CATERINA PASOLINI

Legge 40, Consulta rinvia verdetto su diagnosi preimpianto"Ancora un rinvio, non ci possiamo credere. Abbiamo sperato, atteso questo giorno per avere giustizia. E invece sono tre anni che aspettiamo inutilmente questa sentenza, e ogni giorno il sogno di un figlio sano si allontana. Basta, siamo sconcertate, sconfortate, come le centinaia di migliaia di coppie con problemi genetici che in Italia si sentono trattate dallo stato come cittadini di serie B, discriminate. Senza alcuna pietà per la nostra sofferenza".

I giudici della Corte costituzionale hanno dunque rimandato a una prossima seduta (la prima è in programma il 27 aprile) la decisione sull'accesso alla fecondazione assistita, e quindi alla diagnosi pre impianto, alle coppie affette da malattie genetiche. La legge 40 ora prevede infatti che la fecondazione assistita sia solo per le persone sterili, mentre quelle con malattie genetiche trasmissibili, ma fertili, sono escluse. Un divieto considerato da molti ingiusto, incostituzionale, discriminatorio.

"Certo, siamo fertili, possiamo rimanere incinte, e quando scopriamo al quarto mese che nostro figlio è affetto da malattie che non ne consentirebbero praticamente la sopravvivenza, siamo libere di abortire.
Questa è crudeltà mentale: noi chiediamo solo di poter accedere alla diagnosi pre impianto, in questo modo si trasportano in utero solo gli embrioni sani, con una possibilità di sopravvivenza". Valentina parla con tono pacato, ma il ricordo di un aborto al quinto mese, sola nel bagno di un ospedale, e delle altre sei gravidanze mai andate oltre il terzo mese, le incrina la voce.

E a chi accusa di ricerca del figlio perfetto ribatte Maria Cristina che con Valentina e i rispettivi compagni ha presentato i ricorsi ora in giudizio davanti alla Consulta grazie agli avvocati Baldini e Gallo ed all'associazione Coscioni. "Qui non si tratta di volere un bambino perfetto, non si parla di occhi azzurri o capelli biondi, ma di un figlio che possa vivere. E questo non glielo posso garantire per via naturale: sono portatrice sana di distrofia muscolare, una malattia degenerativa che colpisce progressivamente tutti i muscoli, fino ai polmoni".
Comunicato stampa dell’Associazione Luca Coscioni:
L’Associazione Luca Coscioni, tramite il suo rappresentante legale e Segretario, l'avvocato Filomena Gallo, ha diffidato il ministero della Salute, nella persona del ministro pro tempore, per non aver aggiornato le Linee Guida della legge 40 del 2004, come previsto dall’art. 7 della legge stessa che prevede: “Le linee guida sono aggiornate periodicamente, almeno ogni tre anni, in rapporto all'evoluzione tecnico-scientifica, con le medesime procedure di cui al comma 1”.
Con Decreto Ministeriale del 21.07.2004, il Governo emanava Linee Guida in materia di fecondazione assistita che, tuttavia, venivano dichiarate illegittime per eccesso di potere dal Tar Lazio.
Successivamente, anche in considerazione delle decisioni giudiziarie nel frattempo intervenute, il ministero della Salute adottava nuove linee guida con D.M. del 2 maggio 2008.
Nel frattempo la Corte Costituzionale dichiarava l'illegittimità costituzionale dell'art. 14, commi 2 e 3 della L. 40/04 cancellando il limite dei tre embrioni producibili e l'obbligo di contemporaneo impianto di tutti gli embrioni prodotti.
Con sentenza N. 162 del 9 aprile 2014, la Corte Costituzionale dichiarava l’illegittimità costituzionale del divieto di fecondazione eterologa.
Filomena Gallo dichiara: “nonostante sia decorso da tempo il triennio previsto dall’art. 7 della L. 40/04 per l’aggiornamento delle linee guida, non risulta ad oggi adottato alcun provvedimento in tal senso da Codesto ministero; tale comportamento inerte, oltre a porsi in contrasto con la L. 40/04, espone a rischio di gravi violazioni i diritti e le libertà fondamentali delle persone coinvolte nell’applicazione delle tecniche di fecondazione assistita che risultano attualmente inadeguate rispetto all’evoluzione scientifica e tecnologica in materia”.
Conclude l’avvocato Angelo Calandrini, membro di giunta dell'Associazione Coscioni, che ha collaborato alla stesura del procedimento della diffida: “se entro 90 giorni dalla notifica della diffida il ministero non agirà a norma di legge e quindi non emanerà nuove linee guida si procederà alla tutela dei diritti e degli interessi dei propri associati dinanzi alle competenti autorità giudiziarie”.
La Corte Costituzionale discuterà il 14 aprile i ricorsi contro la legge 40 in merito all’accesso alle tecniche di procreazione assistita da parte di coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche trasmissibili.

Attualmente la legge, all’articolo 4 primo comma, permette di ricorrere alla maternità in provetta «solo quando sia accertata l'impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione» circoscrivendo il consenso «ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico».

Alle ordinanze di tribunali già pronunciate per consentire a singole coppie la diagnosi genetica preimpianto e al ricorso già pendente in materia s’è aggiunta l’impugnazione del Tribunale di Milano durante l’esame del caso di una coppia portatrice di una patologia genetica trasmissibile, l'esostosi, una grave malattia delle ossa che si manifesta nei bambini.

Il rinvio degli atti alla Consulta va a sovrapporsi a un precedente ricorso del Tribunale di Roma e alla sentenza con la quale nel 2012 la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo aveva accolto la richiesta di una coppia di italiani (Costa-Pavan), non infertili ma portatori di una malattia ereditaria, che chiedevano di poter ricorrere alla diagnosi genetica preimpianto e dunque alla fecondazione assistita per poter selezionare, tra quelli concepiti in laboratorio, l’embrione ritenuto più sano. L’argomento che aveva persuaso la Corte in una sentenza molto contestata – e con un ricorso italiano poi neppure esaminato dalla Grande Chambre d’appello – era che non si poteva giustificare il divieto di selezionare embrioni se poi la legge 194 consente la selezione dei soli figli sani tramite aborto. Una tesi evidentemente capziosa, fondata su un’interpretazione impropria della legge sull’aborto, che non consente affatto aborti eugenetici.

A chi esulta oggi per il nuovo assalto alla legge 40 – sul quale peraltro sarà la Consulta a doversi esprimere tra un mese – sfugge tuttavia che sulla stessa materia per la quale ora si chiede un pronunciamento i giudici costituzionali si erano già pronunciati nel 2010, con l'ordinanza 97, che ritenne manifestamente inammissibili le questioni sollevate dallo stesso Tribunale di Milano sul ricorso di due coppie che chiedevano la diagnosi preimpianto perché portatori di malattie genetiche.

Altro elemento interessante da notare è che dopo anni (sei per la precisione, cioè dalla sentenza 1° aprile 2009 che fece cadere alcuni vincoli della legge 40) nei quali si è ripetuto che la diagnosi preimpianto in Italia è divenuta lecita proprio grazie agli interventi della Consulta ci si deve rivolgere ora alla stessa Corte per chiederle se quel tipo di diagnosi selettiva sugli embrioni si può fare o meno.
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